Io credo che se agli italiani venisse chiesto chi sono i desplazados colombiani la grandissima maggioranza di loro non sarebbe in grado di rispondere. Neanche io ne conoscevo l'esistenza prima che, casualmente, ho avuto modo di leggere l'articolo di Valeria Zonca, pubblicato su un blog collettivo denominato "Nazione indiana", articolo di cui riporto alcuni brani:
"...Sono le voci dei ‘desplazados’, cioè gli sfollati. In Colombia ci sono 4 milioni di persone (su una popolazione di circa 46 milioni di abitanti) che hanno dovuto abbandonare la loro terra di origine a causa del conflitto armato. Non lo hanno fatto per sfuggire alla povertà, molti di loro conducevano una vita dignitosa e riuscivano a mantenere la famiglia, erano proprietari di una fattoria, allevatori, contadini che coltivavano caffè, yucca, platano, mais. Non tutti hanno atteso il momento di essere minacciati direttamente, ma hanno saputo quello che stava succedendo ai vicini, hanno assistito ai massacri o all’esproprio di intere aree e se ne sono andati. Alcuni di loro hanno, invece, vissuto direttamente sparizioni e uccisioni di familiari o ricevuto minacce continue. La paura di morire li ha spinti ad abbandonare tutto e a rifugiarsi nei sobborghi delle grandi città: a Bogotà ce ne sono un milione.
I desplazados sono una questione complicata, che a livello politico è considerata una ‘ciste’ e che a livello sociale ha alimentato il disprezzo per chi è ‘diverso’. Per i cittadini sono dei paesani con cui non hanno nulla da spartire; per chi gestisce traffici illeciti o reclutamento per esercito e guerriglia sono un potenziale bacino d’utenza; per i più conservatori sono tutti guerriglieri. Del resto non è difficile, in Colombia, essere qualificato come sovversivo: basta solo alzare la voce per difendere dei diritti umani fondamentali, essere un sindacalista, un consigliere comunale o un insegnante. “Sono campesino al 99,9% - mi dice Ermes, che proviene dal dipartimento Tolima - ed ero un sindacalista, ho fatto cinque anni di carcere con accuse mai accertate. Poi sono venuto a Bogota. Nel campo uno è riconosciuto, è qualcuno, in città ci si sente discriminati”. “Nella mia città, Ocana, alla fine degli anni Ottanta arrivò l’esercito a installare una base per combattere la guerriglia delle Farc-EP e dell’Eln - racconta Noris, che viene dal Norte de Santander -. Ma quella era una scusa. A un certo punto imposero la fine della pluricoltura e iniziarono a piantare la coca. Dopo qualche anno arrivarono i paramilitari a controllare il commercio della coca, a spianare la via per l’esproprio di terre da parte di qualche criminale di turno, commettendo massacri contro la popolazione civile.
Per questo sono scappata, ma anche a Bogotà siamo soggetti alle stesse condizioni di sopruso e alla stessa privazione di diritti. Io non posso dire che sono desplazada quando cerco un lavoro, perché con questo ‘biglietto da visita’ rischio di non trovarlo”. “Il nostro è un vivere alla giornata, non ci sono più sicurezze e dobbiamo inventarci un lavoro” dice Dora, anche lei del Norte de Santander. Dora e un’altra trentina di persone si sono riunite in cooperativa per creare un’impresa di catering. Raccontano orgogliose di aver preparato in un solo giorno 4.500 pasti per un evento. Ma non hanno uno spazio fisso dove poter ampliare l’attività e per ora cucinano in luoghi ‘prestati’.
Quasi ogni giorno nella capitale i desplazados improvvisano manifestazioni di protesta per ottenere un sussidio dallo Stato. “Noi non partecipiamo - continua Noris - perché non ci piace mendicare. Dallo Stato pretendiamo risposte ai problemi della salute, dell’alimentazione, della scolarità. Ad esempio i farmaci a cui abbiamo diritto spesso non contengono il principio attivo per combattere un sintomo. Bisogna pagare per avere i rimedi efficaci”. Il governo Uribe ha sviluppato programmi di aiuto alla popolazione sfollata che prevedono il riconoscimento ufficiale del loro status - salvo il caso in cui il desplazado è vittima della fumigazione di coltivazioni illecite -, il diritto all’accesso alla salute pubblica e, a Bogotà, il diritto all’alimentazione in mense pubbliche. Angela Ospina, che è responsabile dell’ufficio colombiano dell’ong Terre des Hommes Italia, spiega “che i programmi di governo sono di tipo assistenziale e le persone, dopo sei mesi di sfollamento in una città o nella stessa zona rurale da cui provengono, perdono lo status di desplazados”.
“E’ assurdo - commentano all’unisono - ci hanno tolto la terra, il futuro, e senza l’appoggio di uno Stato un nuovo progetto di vita non si ricostruisce in sei mesi”. L’ultima discussione politica all’ordine del giorno è quella di introdurre per loro lo status di ‘migrante’. E’ un termine coniato dal governo per evadere la responsabilità di aver provocato l’esodo.
Il deplazamento forzato ha origini antiche ed è stata una pratica sistematica dai vari governi che si sono succeduti. Dapprima sono state le imprese bananifere, caffettere, petrolifere o di estrazione di ogni risorsa naturale; poi le formazioni guerrigliere, nate inizialmente come movimento di difesa dei lavoratori che nel corso degli anni si sono assuefatte a regole di intimidazione e minaccia alla popolazione civile; poi l’esercito e l’Auc -Autodefensa Unida de Colombia (movimento paramilitare), giunti con la scusa di combattere la guerriglia, ma che si sono liberati di ogni ‘fastidio’ facendo massacri, appropriandosi di case e averi dei civili...
Chi, tra i desplazados che trascorrono qualche anno di esodo in città, cerca di ritornare ai luoghi di provenienza spesso si accorge che non è cambiato nulla, perché di base mancano la volontà e l’interesse di risolvere il problema. “Il possibile ritorno dei desplazados dipende essenzialmente da una riforma agraria, ma il governo ha sempre aiutato i ricchi, non ha mai pensato di distribuire equamente le terre tra i contadini” dice Ermes. In effetti, 44 milioni di ettari di terra sono in mano a un esiguo 0,6% di proprietari. Le zone rurali sono abbandonate dallo Stato, ma sono un boccone appetitoso per gli investimenti stranieri perché ricche di petrolio, carbone, gas, smeraldi. Il liberismo di Uribe ha spalancato le porte del paese al capitale estero. “Ci aspettiamo a breve un’altra imponente ondata di desplazados, perché adesso nelle zone rurali lo sfollamento è alimentato dalla presenza delle multinazionali, giunte nel nostro territorio per gestire le risorse naturali, che sono supportate da un nuovo ‘progetto paramilitare’, che ha cambiato i metodi per conquistare il territorio: attraverso le giunte di azione locale o comunitaria è riuscito a ottenere un nuovo controllo, ma questa volta legittimato”.
Io non credo che siano necessari commenti.
Non posso non rilevare però, per l'ennesima volta, che i mass media italiani trascurano completamente queste notizie.


















