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Io sto con Saviano
 QUALCUNO MI SA DIRE COME MAI CON IEPLORER SI VEDE BENE E CON FIREFOX SI VEDE TUTTO BIANCO IL TESTO??? EPPURE I CLASS SONO GIUSTI....
lunedì, 06 luglio 2009

Io credo che se agli italiani venisse chiesto chi sono i desplazados colombiani la grandissima maggioranza di loro non sarebbe in grado di rispondere. Neanche io ne conoscevo l'esistenza prima che, casualmente, ho avuto modo di leggere l'articolo di Valeria Zonca, pubblicato su un blog collettivo denominato "Nazione indiana", articolo di cui riporto alcuni brani:

"...Sono le voci dei ‘desplazados’, cioè gli sfollati. In Colombia ci sono 4 milioni di persone (su una popolazione di circa 46 milioni di abitanti) che hanno dovuto abbandonare la loro terra di origine a causa del conflitto armato. Non lo hanno fatto per sfuggire alla povertà, molti di loro conducevano una vita dignitosa e riuscivano a mantenere la famiglia, erano proprietari di una fattoria, allevatori, contadini che coltivavano caffè, yucca, platano, mais. Non tutti hanno atteso il momento di essere minacciati direttamente, ma hanno saputo quello che stava succedendo ai vicini, hanno assistito ai massacri o all’esproprio di intere aree e se ne sono andati. Alcuni di loro hanno, invece, vissuto direttamente sparizioni e uccisioni di familiari o ricevuto minacce continue. La paura di morire li ha spinti ad abbandonare tutto e a rifugiarsi nei sobborghi delle grandi città: a Bogotà ce ne sono un milione.
I desplazados sono una questione complicata, che a livello politico è considerata una ‘ciste’ e che a livello sociale ha alimentato il disprezzo per chi è ‘diverso’. Per i cittadini sono dei paesani con cui non hanno nulla da spartire; per chi gestisce traffici illeciti o reclutamento per esercito e guerriglia sono un potenziale bacino d’utenza; per i più conservatori sono tutti guerriglieri. Del resto non è difficile, in Colombia, essere qualificato come sovversivo: basta solo alzare la voce per difendere dei diritti umani fondamentali, essere un sindacalista, un consigliere comunale o un insegnante. “Sono campesino al 99,9% - mi dice Ermes, che proviene dal dipartimento Tolima - ed ero un sindacalista, ho fatto cinque anni di carcere con accuse mai accertate. Poi sono venuto a Bogota. Nel campo uno è riconosciuto, è qualcuno, in città ci si sente discriminati”. “Nella mia città, Ocana, alla fine degli anni Ottanta arrivò l’esercito a installare una base per combattere la guerriglia delle Farc-EP e dell’Eln - racconta Noris, che viene dal Norte de Santander -. Ma quella era una scusa. A un certo punto imposero la fine della pluricoltura e iniziarono a piantare la coca. Dopo qualche anno arrivarono i paramilitari a controllare il commercio della coca, a spianare la via per l’esproprio di terre da parte di qualche criminale di turno, commettendo massacri contro la popolazione civile.
Per questo sono scappata, ma anche a Bogotà siamo soggetti alle stesse condizioni di sopruso e alla stessa privazione di diritti. Io non posso dire che sono desplazada quando cerco un lavoro, perché con questo ‘biglietto da visita’ rischio di non trovarlo”. “Il nostro è un vivere alla giornata, non ci sono più sicurezze e dobbiamo inventarci un lavoro” dice Dora, anche lei del Norte de Santander. Dora e un’altra trentina di persone si sono riunite in cooperativa per creare un’impresa di catering. Raccontano orgogliose di aver preparato in un solo giorno 4.500 pasti per un evento. Ma non hanno uno spazio fisso dove poter ampliare l’attività e per ora cucinano in luoghi ‘prestati’.
Quasi ogni giorno nella capitale i desplazados improvvisano manifestazioni di protesta per ottenere un sussidio dallo Stato. “Noi non partecipiamo - continua Noris - perché non ci piace mendicare. Dallo Stato pretendiamo risposte ai problemi della salute, dell’alimentazione, della scolarità. Ad esempio i farmaci a cui abbiamo diritto spesso non contengono il principio attivo per combattere un sintomo. Bisogna pagare per avere i rimedi efficaci”. Il governo Uribe ha sviluppato programmi di aiuto alla popolazione sfollata che prevedono il riconoscimento ufficiale del loro status - salvo il caso in cui il desplazado è vittima della fumigazione di coltivazioni illecite -, il diritto all’accesso alla salute pubblica e, a Bogotà, il diritto all’alimentazione in mense pubbliche. Angela Ospina, che è responsabile dell’ufficio colombiano dell’ong Terre des Hommes Italia, spiega “che i programmi di governo sono di tipo assistenziale e le persone, dopo sei mesi di sfollamento in una città o nella stessa zona rurale da cui provengono, perdono lo status di desplazados”.
“E’ assurdo - commentano all’unisono - ci hanno tolto la terra, il futuro, e senza l’appoggio di uno Stato un nuovo progetto di vita non si ricostruisce in sei mesi”. L’ultima discussione politica all’ordine del giorno è quella di introdurre per loro lo status di ‘migrante’. E’ un termine coniato dal governo per evadere la responsabilità di aver provocato l’esodo.
Il deplazamento forzato ha origini antiche ed è stata una pratica sistematica dai vari governi che si sono succeduti. Dapprima sono state le imprese bananifere, caffettere, petrolifere o di estrazione di ogni risorsa naturale; poi le formazioni guerrigliere, nate inizialmente come movimento di difesa dei lavoratori che nel corso degli anni si sono assuefatte a regole di intimidazione e minaccia alla popolazione civile; poi l’esercito e l’Auc -Autodefensa Unida de Colombia (movimento paramilitare), giunti con la scusa di combattere la guerriglia, ma che si sono liberati di ogni ‘fastidio’ facendo massacri, appropriandosi di case e averi dei civili...
Chi, tra i desplazados che trascorrono qualche anno di esodo in città, cerca di ritornare ai luoghi di provenienza spesso si accorge che non è cambiato nulla, perché di base mancano la volontà e l’interesse di risolvere il problema. “Il possibile ritorno dei desplazados dipende essenzialmente da una riforma agraria, ma il governo ha sempre aiutato i ricchi, non ha mai pensato di distribuire equamente le terre tra i contadini” dice Ermes. In effetti, 44 milioni di ettari di terra sono in mano a un esiguo 0,6% di proprietari. Le zone rurali sono abbandonate dallo Stato, ma sono un boccone appetitoso per gli investimenti stranieri perché ricche di petrolio, carbone, gas, smeraldi. Il liberismo di Uribe ha spalancato le porte del paese al capitale estero. “Ci aspettiamo a breve un’altra imponente ondata di desplazados, perché adesso nelle zone rurali lo sfollamento è alimentato dalla presenza delle multinazionali, giunte nel nostro territorio per gestire le risorse naturali, che sono supportate da un nuovo ‘progetto paramilitare’, che ha cambiato i metodi per conquistare il territorio: attraverso le giunte di azione locale o comunitaria è riuscito a ottenere un nuovo controllo, ma questa volta legittimato”.
 
Io non credo che siano necessari commenti.
Non posso non rilevare però, per l'ennesima volta, che i mass media italiani trascurano completamente queste notizie.

 

postato da: paoloborrello alle ore luglio 06, 2009 10:27 | Permalink | commenti
categoria:politica
giovedì, 02 luglio 2009

Nel corso della conferenza internazionale "Prodotti o persone? Il commercio equo e solidale in Europa va dalla parte giusta?", tenutasi a Roma, è stata presentata un'anticipazione del rapporto annuale dell'Agices (Assemblea Generale del Commercio Equo e Solidale). Da questo rapporto si evince che il commercio equo e solidale cresce in Italia e che le vendite al dettaglio hanno registrato un incremento di un terzo.

Prima di continuare può risultare opportuno saperne di più del commercio equo e solidale, utilizzando Wikipedia:

"Con commercio equo e solidale o semplicemente commercio equo (fair trade in inglese) si intende quella forma di attività commerciale nella quale l'obiettivo primario non è soltanto la massimizzazione del profitto ma anche la lotta allo sfruttamento e alla povertà legate a cause economiche, politiche o sociali.
È, dunque, una forma di commercio internazionale nella quale si cerca di far crescere aziende economicamente sane e di garantire ai produttori ed ai lavoratori dei paesi in via di sviluppo un trattamento economico e sociale equo e rispettoso; in questo senso si contrappone alle pratiche di commercio basate sullo sfruttamento che si ritiene spesso applicate dalle aziende multinazionali che agiscono esclusivamente in ottica della massimizzazione del profitto.

Le motivazioni 
 
Alla base del commercio equo e solidale (praticato soprattutto da associazioni e cooperative, con un'elevata presenza di volontariato nei paesi ricchi) c'è dunque la volontà di contrastare il commercio tradizionale che si basa su pratiche dannose quali
:

- i prezzi vengono stabiliti da soggetti forti (multinazionali, catene commerciali) indipendentemente dai costi di produzione che sono a carico di soggetti deboli (contadini, artigiani, emarginati);
- l'incertezza di sbocchi commerciali dei prodotti impedisce a contadini e artigiani di programmare seriamente il proprio futuro;
- il ritardo dei pagamenti, ovvero il fatto che gli acquirenti paghino la merce molti mesi dopo la consegna e spesso anni dopo che sono stati sostenuti i costi necessari alla produzione (infrastrutture, semenza, nuovi impianti arborei, materie prime), favorisce l'indebitamento di soggetti economicamente deboli e un circolo vizioso che porta spesso all'usura;
- i produttori non conoscono i mercati nei quali vengono venduti i loro prodotti e dunque non riescono ad adeguarsi e tanto meno a prevedere mutamenti nei consumi;
- al fine di ridurre i costi, vengono impiegate tecniche di produzione che nel medio-lungo periodo si rivelano particolarmente negative per il produttore e/o la sua comunità;
- al fine di aumentare i quantitativi prodotti, si fa ricorso al lavoro di fasce della popolazione che nei paesi ricchi viene particolarmente tutelata (bambini, donne incinte, ...) e si rinuncia alla formazione dei giovani;
- persone con scarsa produttività (rispetto alla concorrenza) non hanno di fatto possibilità di sopravvivere sul mercato;

Le regole
 
Il commercio equo-solidale interviene creando canali commerciali alternativi (ma economicamente sostenibili) a quelli dominanti, al fine di offrire degli sbocchi commerciali a condizioni ritenute più sostenibili per coloro che producono.
I principali vincoli da osservare per entrare nel circuito del commercio equosolidale sono i seguenti:

- divieto del lavoro minorile
- impiego di materie prime rinnovabili
- spese per la formazione/scuola
- cooperazione tra produttori
- sostegno alla propria comunità
- creazione, laddove possibile, di un mercato interno dei beni prodotti

Gli acquirenti (importatori diretti o centrali di importazione) dei paesi ricchi, si assumono impegni quali:

- prezzi minimi garantiti (determinati in accordo con gli stessi produttori; il prezzo corrisposto deve permettere una vita dignitosa ai produttori e permettere investimenti nel campo sociale)
- quantitativi minimi garantiti
- contratti di lunga durata (pluriennali)
- consulenza rispetto ai prodotti e le tecniche di produzione
- prefinanziamento

Ritornando al rapporto annuale dell'Agices, si può rilevare che le organizzazioni del commercio equo iscritte al registro Agices hanno venduto al dettaglio nel 2007 oltre 23 milioni di euro di prodotti equosolidali, erano 18 milioni nel 2005, e quindi nonostante la crisi è aumentato il gradimento dei consumatori finali di un terzo.
Ma a crescere non sono solo le vendite. Sono aumentate anche le organizzazioni iscritte all'Agices che ora sono 124, mentre erano 115 nella precedente versione del rapporto del dicembre 2005. Il 66% sono cooperative, il 34% sono associazioni e rappresentano  circa 260 punti vendita. E sono in crescita anche il numero dei soci e dei volontari: sono quasi 26.000 le persone socie di organizzazioni iscritte all'Agices, 5.000 in più rispetto all'edizione del 2005. I volontari attivi raggiungono quasi quota 5.000 (un migliaio in più rispetto al 2005).
Oggi le organizzazioni equosolidali garantiscono un lavoro a circa 1.000 persone in tutta Italia, 621 donne (64%) e 346 uomini (36%).
Crescono anche gli investimenti in informazione e formazione. Il rapporto 2007 aveva registrato in 2 anni circa 1 milione e mezzo di euro di investimenti in attività di informazione e formazione da parte delle organizzazioni equosolidali iscritte all'Agices. Il rapporto 2009, nonostante l'infuriare della crisi, rileva che nel solo 2007 le organizzazioni socie Agices hanno investito circa il doppio: più di un milione di euro.

 

postato da: paoloborrello alle ore luglio 02, 2009 09:21 | Permalink | commenti
categoria:politica
martedì, 30 giugno 2009

Sarà mai introdotta in Italia la "class action"? La domanda è legittima perchè il governo ha deciso di rinviare ulteriormente l'entrata in vigore della class action. Infatti dopo due successivi rinvii l'entrata in vigore della class action era fissata per il 1° luglio. E invece sono stati previsti altri 6 mesi di rinvio.

Prima di procedere ulteriomente è opportuno chiarire con precisione che cosa si intende per "class action".

Il termine è inglese è può essere tradotto in "azione collettiva".
E' un'azione legale, diffusa soprattutto negli Stati Uniti, condotta da uno o più soggetti che, membri di un gruppo, chiedono che la soluzione di una questione comune di fatto o di diritto avvenga con effetti per tutti i componenti presenti e futuri del gruppo. Gli altri soggetti possono chiedere di non avvantaggiarsi dell'azione altrui, esperendone una propria, oppure possono rimanere inerti avvantaggaindosi dell'attività processuale altrui. L'azione collettiva è il modo migliore con cui i cittadini possono essere tutelati e risarciti dai danni subìti dalle grandi aziende e dalle multinazionali in quanto la relativa sentenza favorevole avrà poi effetto o potrà essere fatta valere da tutti i soggetti che si trovino nell'identica situazione di colui o di coloro che hanno iniziato l'azione legale (N.B.: per questa definizione di "class action" è stata in gran parte utilizzata la definizione presente in Wikipedia).

Quali sono i vantaggi principali della class action?

I vantaggi riguardano i singoli consumatori. Infatti il singolo consumatore non avrebbe alcuna convenienza economica a far valere individualmente il proprio diritto, soprattutto qualora il danno provocatogli risulta di modesta entità rispetto alle spese che dovrebbe sostenere nell'instaurare un processo, spesso vi rinuncia, avvantaggiando così le grandi imprese. Inoltre l'azione individuale, nel caso in cui venga comunque intentata, spesso porta alla soccombenza del consumatore stesso, che magari non può permettersi di ingaggiare un legale specialista della materia o comunque, non facendo parte di nessuna lobby, non può permettersi di far sentire la propria voce ad ulteriore vantaggio delle imprese. L'intervento di una class action funge da deterrente e riporta il rapporto impresa/consumatore ad un legittimo equilibrio. In effetti la class action permette di ripartire i costi della tutela giurisdizionale nel gruppo, in modo che l'azione giudiziale diventi una spesa che vale la pena sostenere per conseguire la tutela delle proprie ragioni.

L'associazione dei consumatori "Altroconsumo", fortemente critica nei confronti dell'ennesimo rinvio dell'entrata in vigore della class action, invita a sottoscrivere un appello (la sottoscrizione può avvenire visitando il sito www.altroconsumo.it) che si conclude con la richiesta rivolta al governo di fare in modo che l'ennesimo rinvio circa l'entrata in vigore della normativa sulle class action sia effettivamente l'ultimo e che, quindi, anche in Italia sia possibile utilizzare un'azione di classe facilmente azionabile, accessibile, equa, percorribile in tempi rapidi e certi.

"Altroconsumo" rileva inoltre che, se il loro appello rimanesse inascoltato, i consumatori che hanno ricevuto negli ultimi anni le bollette gonfiate di Telecom Italia non potranno usufruire dello strumento della class action per far valere i propri diritti. Stesso trattamento per tutti coloro che illegittimamente non hanno ancora potuto esercitare la surroga gratuita del mutuo a causa delle pratiche commerciali scorrette delle banche. Anche i cittadini di Roma e provincia che hanno pagato per anni un sovraprezzo per il pane, nonostante la recente decisione dell'Antitrust contro il cartello dei panificatori, non potranno essere risarciti. La class action non sarà utilizzabile nemmeno per gli oltre 4000 comsumatori coinvolti nella vicenda Parmalat che si sono rivolti a Altroconsumo.

 

postato da: paoloborrello alle ore giugno 30, 2009 10:30 | Permalink | commenti
categoria:politica
giovedì, 25 giugno 2009

Basilicata, Calabria, Campania, Molise, Puglia, Sardegna e Sicilia sono fortemente a rischio desertificazione. La situazione è particolarmente grave in Sardegna, dove il pericolo desertificazione riguarda ben il 52% del territorio regionale, di cui l'11% già colpito. A notevole rischio anche la Sicilia, le piccole isole e la Puglia. Questi dati allarmanti sono contenuti in un dossier recentemente presentato da Legambiente. Nel seguente comunicato di Legambiente si prende in esame quanto sostenuto nel dossier in questione:
 
La desertificazione non riguarda solo le aree torride dell’Africa – ha dichiarato Sebastiano Venneri, vicepresidente di Legambiente -. Il problema è reale e ci tocca anche molto da vicino. Senza reali cambi di marcia nelle politiche energetiche e ambientali il rischio diverrà concreto e irreversibile”.
La desertificazione infatti, si può considerare come la fase finale del degrado chimico, fisico e biologico in quanto la terra perde irreversibilmente la capacità di sostenere la produzione agricola e forestale, e anche se le piogge tornano a bagnare i suoli, il degrado, che ormai è in atto, non regredisce anzi molto spesso peggiora.
Le regioni aride e semi-aride del pianeta - si legge nel dossier - rappresentano quasi il 40% della superficie emersa della Terra (5,2 miliardi di ettari) e ospitano circa due miliardi di persone. 135 milioni di persone rischiano di essere spostate a causa della desertificazione, e di queste circa 60 milioni tra il 1997 e 2020, abbandonerà (nel primo periodo preso in considerazione ciò è già avvenuto) le zone desertificate dell’Africa subsahariana verso l'Africa settentrionale e l'Europa.
Di fatto poi il Sahara ha oramai “attraversato” il Mediterraneo, uno dei 25 hotspots mondiali per la biodiversità. 30 milioni di ettari di terra lungo le rive del Mediterraneo sono già colpiti da desertificazione, fenomeno che mette a rischio la sopravvivenza di 6,5 milioni di persone.
Un quinto dei territori in Spagna è soggetto a desertificazione e anche il Portogallo, l’Italia e la Grecia sono colpiti seriamente dal fenomeno del quale non è immune nemmeno la Francia meridionale. Il Marocco, la Libia e la Tunisia perdono ciascuno circa 1.000 Km2 di terre produttive ogni anno, in Egitto metà delle terre arabili irrigate sono meno produttive a causa della salinizzazione dell’acqua utilizzata. Tutto l’ecosistema Mediterraneo subisce prolungati periodi di siccità e presenta una marcata tendenza all’erosione.
La desertificazione - ha continuato Venneri - oltre a distruggere la biodiversità degli ecosistemi accentua ed accelera le problematiche connesse al global warming producendo effetti retroattivi, determinando migrazioni di popoli verso altri territori, con conseguente aumento della conflittualità sociale e di sovra popolamento nei territori scelti come rifugio, perpetuando così un circolo vizioso di causa – effetto che mette a rischio la stessa sopravvivenza dell’uomo”.
Le popolazioni che vivono nelle zone più aride si trovano, infatti, implicate in un tipo di ingranaggio all'interno del quale le condizioni di vita si degradano nello stesso momento in cui i suoli subiscono le devastazioni dovute all'aumento del grado di aridità e allo sfruttamento sempre più intensivo delle terre.
Dobbiamo considerare – ha concluso Venneri – che l’Italia negli ultimi 20 anni ha visto triplicare l'inaridimento del suolo e si stima che il 27% del territorio nazionale è a rischio desertificazione. Sono interessate soprattutto le regioni meridionali dove l'avanzata del fenomeno rappresenta una vera e propria emergenza ambientale”.

 

postato da: paoloborrello alle ore giugno 25, 2009 09:20 | Permalink | commenti
categoria:politica
lunedì, 22 giugno 2009

Il contenuto di questo mio post non rappresenta certo una novità. Non è una novità rilevare che sarebbero sufficienti risorse finanziarie non eccessive per salvare la vita di molti bambini africani. Ma è bene ribadirlo perchè sebben tali informazioni siano conosciute da tempo non mi sembra che i governi dei cosiddetti Paesi sviluppati facciano granchè per affrontare questo problema. E fanno poco anche gli abitanti di quei Paesi. Può essere banale, può apparire retorico, ma sarebbe sufficiente che i nostri consumi, senza attendere i governi,  si riducessero in una misura molto limitata per individuare le risorse da destinare ai bambini africani. Certo tutto ciò non è così semplice come potrebbe apparire inizialmente, perchè si dovrebbe trovare il modo affinchè quelle risorse siano effettivamente utilizzate a favore  dei bambini africani, ma alla fine quest'ultimo problema potrebbe essere risolto.

Pertanto ho ritenuto opportuno riportare un comunicato emesso da "Save the Children", nel quale, oltre a spiegare i motivi per i quali sarebbero sufficienti 1 miliardo e 300 milioni di dollari in più all'anno per salvare 800.000 bambini africani, sono contenuti altri dati interessanti. 

"Nelle prossime 24 ore, più di 1500 bambini nati nell’Africa Sub-sahariana perderanno la vita per cause facilmente prevenibili, cifra che in un anno raggiungerà quota un milione e novecentomila bambini. Mentre paesi dell’Africa del nord, quali Algeria, Egitto, Libia, Marocco e Tunisia sono riusciti ad abbattere il proprio tasso di mortalità infantile del 56% in sedici anni, al contrario, nei paesi dell’Africa Sub-sahariana il tasso rimane del 43%. Se, nei primi, 1 bambino ogni 33 muore prima dei cinque anni, nei secondi l’incidenza aumenta fino ad 1 bambino su 7. Questi i dati che emergono dal nuovo dossier di Save the Children, diffuso in occasione della giornata del bambino africano.
Le cause del 90% di queste morti sono alcuni disturbi neonatali (26%), seguiti da polmonite (21%), malaria (18%), diarrea (16%), Aids (6%), e morbillo (5%).
Secondo Save the Children un impegno addizionale dei paesi donatori di circa un miliardo e trecentomila dollari consentirebbe di salvare la vita a circa 800.000 neonati all’anno, attraverso una serie di interventi di comprovata efficacia rivolti alle donne e ai bambini di quest’area.
I tassi di mortalità neonatale continuano ad essere così alti in quest’area del mondo da indurre molti genitori a non dare un nome ai bambini fino ad almeno un mese dalla loro nascita, in modo da essere più sicuri che sopravvivano.
I primi 28 giorni sono quelli più critici per la sopravvivenza dei bambini dell’Africa Sub-sahariana, sottolinea l’Organizzazione. Il dossier evidenzia come assicurando l’accesso ai servizi di base a basso costo, come ad esempio il vaccino contro il tetano, e altre cure specialistiche e neonatali, o promuovendo nelle famiglie e nelle comunità l’allattamento al seno o l’igiene, si possa incidere su questo triste bilancio.
Il giorno più pericoloso per la vita di un bambino è quello della sua nascita in tutti i Paesi in via di sviluppo, soprattutto nell’Africa Sub-Sahariana, dove quattro milioni e mezzo di bambini non raggiungono il quinto anno di vita e un quarto di questi muore entro 28 giorni dalla nascita”, ha affermato Valerio Veri, Direttore Generale di Save the Children Italia. “Possiamo e dobbiamo fare qualcosa per questi bambini. In alcuni casi, basterebbe un semplice vaccino salvavita per alcune infezioni, come il tetano, per salvare molte di queste vite, a costi veramente irrisori”.
Ad esempio, l’adozione di mezzi di prevenzione efficaci contro il morbillo, in alcuni paesi africani ha determinato una flessione del 64% dei bambini con meno di 5 anni che morivano di morbillo, facendo scendere la cifra annua da 500.000 a 180.000. Botswana, Malawi, Namibia e Sud Africa sono quasi riusciti ad azzerare completamente il numero di bambini morti di morbillo.
Allo stesso modo, la semplice distribuzione di zanzariere potrebbe salvare la vita di 570.000 bambini, e abbinandole con altri trattamenti antimalarici, si potrebbero evitare altre 170.000 morti. Etiopia, Mali, Niger, Sao Tomé e Principe e Zambia sono intervenuti per combattere la malaria riuscendo a curare fino a due terzi dei casi.
L’assunzione di una semplice terapia reidratante potrebbe salvare oltre 550.000 di bambini che ogni anno muoiono a causa della diarrea, mentre quella di un farmaco dal costo di solo 4 dollari potrebbe sottrarre alla morte 140.000 bambini, evitando il contagio da HIV alla nascita.
Nel 2000, i leader di tutto il mondo hanno firmato la Dichiarazione di Sviluppo del Millennio, impegnandosi al raggiungimento di otto macro-obiettivi, volti ad eliminare il divario tra Paesi ricchi e Paesi in via di sviluppo, secondo Save the Children, tali promesse non potranno essere mantenute. Il quarto obiettivo, in particolare, si propone di ridurre di due terzi la mortalità dei bambini al di sotto dei cinque anni, entro il 2015. Attualmente, però, sono pochissimi i Paesi che si stanno muovendo in tale direzione e conseguentemente il tasso di mortalità infantile continua a rimanere molto alto. Se questo trend continua, il quarto obiettivo del millennio potrebbe essere raggiunto solo nel 2045 e intervenire in maniera incisiva sulla mortalità neonatale, quella cioè relativa ai primi 28 giorni di vita del bambino, potrebbe portare a notevoli progressi.
La crisi finanziaria in corso ha indotto i grandi della terra ad intervenire prontamente per salvare banche e industrie, ma ancora una volta le famiglie più povere della terra rischiano di restare ai margini, nonostante nel solo 2008 fino a 2.600.000 bambini sono diventati malnutriti a causa dell’aumento dei prezzi del cibo. Ma in considerazione dell’efficacia e del basso costo delle misure per ridurre la mortalità infantile, sia i leader africani che quelli mondiali devono dare priorità a tali investimenti”, continua Valerio Neri. “Nella giornata del bambino africano è doveroso per noi sollevare il problema della mortalità infantile e neonatale. Dobbiamo avere bene in mente che è necessario stabilire interventi mirati ed efficaci, se vogliamo imboccare la strada giusta per sconfiggerle. E i leader mondiali, in occasione del prossimo G8, hanno l’opportunità di dare maggiore rilevanza nelle loro conclusioni al 4° Obiettivo del Millennio, impegnandosi altresì a garantire gli impegni finanziari per il suo conseguimento. In particolare, l’Italia potrà definire un piano di rientro e la sua successiva implementazione per raggiungere lo 0,7% del PIL destinato alla cooperazione allo sviluppo”.

 

postato da: paoloborrello alle ore giugno 22, 2009 10:09 | Permalink | commenti
categoria:politica
giovedì, 18 giugno 2009

Recentemente è stato presentato il Rapporto sui diritti globali realizzato dall'associazione SocietàInFormazione e promosso dalla Cgil insieme ad alcune associazioni del privato sociale tra cui il gruppo Abele, di cui riporto integralmente un comunicato riguardante appunto questo rapporto. Diversi sono gli aspetti interessanti del Rapporto. Risulta evidente che la crisi abbia colpito soprattutto i lavoratori dipendenti e che le situazioni di povertà siano aumentate.

Ecco il testo del comunicato emesso dal gruppo Abele:

Il 50% delle famiglie italiane ha un reddito inferiore a 23.083 euro. I minori poveri sono più di 1.700.000. Ogni anno 35.000 famiglie perdono la casa perché non riescono a pagare l’affitto. Sono alcuni dei dati emersi dal Rapporto sui diritti globali 2009 curato dall’Associazione SocietàInFormazione e promosso dalla Cgil con alcune associazioni del privato sociale, tra cui Gruppo Abele, Antigone e il Coordinamento nazionale Comunità di accoglienza (Cnca). Il Rapporto è stato presentato lo scorso 29 maggio a Roma e ha come obiettivo quello di analizzare la situazione dei diritti in Italia e nel mondo, mettendo in luce i punti più critici della globalizzazione. “La crisi – si legge nel testo del Rapporto – sta mordendo la società italiana, i lavoratori e il sistema industriale”.
Secondo i dati Ires-Cgil riportati nell’indagine, tra il 2002 e il 2008 il potere di acquisto dei redditi delle famiglie operaie è calato di quasi 1.600 euro, quello degli impiegati di circa 1.700 euro, mentre quello di imprenditori e professionisti è cresciuto di quasi 10.000 euro. In Italia quasi 7 milioni di lavoratori, secondo la Cgil, percepiscono meno di 1.000 euro al mese e i lavoratori considerati poveri sono il 10%, contro una media europea dell’8%. Per le associazioni, inoltre, la povertà colpisce in maniera significativa i minori: il 23% della popolazione povera nel nostro Paese ha meno di 18 anni; il 72% di loro è concentrato nelle regioni del Sud e il 61% ha meno di 11 anni. “È fondamentale – si legge nel Rapporto - superare l’importanza sociale dell’accumulazione di ricchezza”.
Secondo i curatori del Rapporto gli sfratti, il costo del mutuo e le bollette arretrate sono fonte di vulnerabilità e causano spesso il passaggio a stati di povertà. L’acquisto di abitazioni, secondo il Rapporto, è infatti diminuito del 13% nel 2008 e sono aumentati i costi dell’affitto. “Gli italiani – continua il Rapporto - sono sempre più soli, senza rete, e con un welfare che si ritrae”.
I migranti, secondo i dati forniti dall’indagine, rappresentano il 6% della popolazione italiana e contribuiscono per l’8,8% sul Prodotto interno lordo. Nonostante questo il Rapporto sottolinea le condizioni precarie in cui i questi cittadini vivono, soprattutto per quanto riguarda la sanità. Secondo i curatori della ricerca i migranti arrivano nel nostro Paese in buone condizioni di salute, ammalandosi in seguito. Le minacce sulla possibilità di essere denunciati da parte delle autorità sanitarie qualora non si fosse in regola con il permesso di soggiorno aggraverebbe, secondo il Rapporto, la loro situazione. Il 65% dei migranti inoltre non conosce i diritti sanitari di cui gode e l’84% dei cittadini non in regola, che vivono da più tempo in Italia, non si rivolge ai servizi pubblici.
Le istituzioni, secondo le associazioni, hanno la responsabilità di trattare l’argomento dell’immigrazione unicamente come una questione di ordine pubblico, svalutandone il valore positivo e trascurando i diritti dei migranti. “La crisi di fondo, in Italia – si legge nel Rapporto -, è quella dei valori solidali. La situazione è peggiorata, con l’enfatizzazione politica dell’economia della paura. In Italia c’è oggi in atto una guerra dichiarata del potere contro gli ultimi, siano essi gli uomini e le donne dei viaggi della speranza, gli immigrati relegati nelle nuove favelas, i senza dimora. L’obiettivo è del tutto evidente: attrarre tutto il resto della società contro questi nemici perfetti, brutti, sporchi e, qualche volta, anche cattivi. Sottrarsi a questa deriva della società italiana è un imperativo morale, prima ancora che politico”.

Riporto inoltre l'introduzione del Rapporto:

"Quest’anno il Rapporto sui diritti globali, giunto alla sua settima edizione, esce nel pieno degli effetti della crisi finanziaria mondiale sulle economie reali di tutti i Paesi del pianeta. Il castello di carte della finanza globalizzata, e infine impazzita come una maionese, è il frutto prevedibile e previsto di un sistema che drena ricchezze e risorse per concentrarle in poche mani. Le mani sono quelle delle corporation, dei potenti gruppi speculativi, degli imperi multinazionali che in questi decenni hanno attualizzato e imposto l’ideologia del liberismo senza regole e senza freni. Un pensiero unico che è riuscito a informare di sé e a soppiantare governi e sedi decisionali democratiche ed elettive, dunque la politica, gestendoli in proprio o trasformandoli in passivi e complici esecutori. Con la crisi globale resta aperto e si drammatizza il nodo dei salari e, più in generale, la grande e rimossa questione dei diritti economici e sociali, nei Paesi poveri così come in quelli sviluppati. Ma le cronache dai mari di questi giorni, dei barconi gonfi di umanità violata e dolente, cinicamente rispediti in Libia, ci ricordano che oltre alla crisi dell’economia reale c’è un’altra crisi da affrontare, altrettanto grave: quella dei diritti umani e di cittadinanza, connessi anche alla questione ambientale. Anche questi diritti sono drasticamente peggiorati, sin dentro il cuore delle nostra città.
Anche quest’anno il Rapporto, un volume unico a livello internazionale per l’ampiezza e la sistematicità dei temi affrontati, fa il punto della situazione restituendoci lo stato di salute dei diritti nel mondo. La crisi finanziaria globale e i rischi del protezionismo, il mercato del lavoro e la precarietà, la sicurezza sul lavoro, il welfare, l’immigrazione, le guerre, l’ambiente e i diritti umani: il rapporto fotografa e analizza la globalizzazione per quello che è, mettendo in luce i punti più critici e delineando al contempo le direzioni da seguire per dare concreta attuazione a un’inversione di rotta. Il Rapporto ci ricorda la centralità dei diritti umani e sociali e l’importanza di un assetto sociale costruito sui concetti di uguaglianza, democrazia e ricchezza per tutti. Nuovi importanti fenomeni lasciano intravedere la possibilità di un cammino diverso: il nuovo mutualismo, la cittadinanza attiva, la finanza etica e i nuovi stili di vita, la decrescita e il consumo responsabile. Spinte positive che hanno però bisogno di essere accompagnate e potenziate perché diventino prassi comune condivisa dagli Stati e dal sistema-mondo nel suo complesso".
 

postato da: paoloborrello alle ore giugno 18, 2009 08:43 | Permalink | commenti
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lunedì, 15 giugno 2009

Sono passati quasi trenta anni dalla morte dell'avvocato Giorgio Ambrosoli, il commissario liquidatore della Banca Privata Italiana di Michele Sindona. Ambrosoli infatti fu ucciso l'11 luglio del 1979. Fu definito da Corrado Stajano, che gli dedicò un libro, un "eroe borghese", in quanto Ambrosoli, le cui convinzioni politiche lo portarono anche ad aderire all'Unione Monarchica Italiana,  morì semplicemente perchè voleva adempiere al suo dovere. Recentemente il figlio Umberto, in ricordo del padre, ha pubblicato un libro "Qualunque cosa succeda". Tra breve saranno organizzate diverse iniziative fra cui un convegno del Centro Paolo Baffi della Bocconi e alcune conferenze.
Voglio anche io ricordare Ambrosoli perchè le sue vicende sono poco conosciute e perchè in Italia non sono stati molti coloro i quali hanno consapevolemente corso il rischio di morire solo per adempiere al proprio dovere. Io credo che pochi si sarebbero comportati come Ambrosoli.
Pertanto mi occuperò di quanto avvenne ad Ambrosoli, facendo riferimento soprattutto a Wikipedia.

Antefatto

Nel 1971 si addensarono sospetti sulle attività del banchiere siciliano Michele Sindona.
La Banca d'Italia per mano del Banco di Roma investigò sulle attività di Sindona nel tentativo di non fare fallire gli istituti di credito da questi fondati (Banca Unione e Banca Privata Finanziaria). I motivi delle scelte dell'allora Governatore Carli erano chiaramente tese a non provocare il panico nei correntisti. Così fu accordato un prestito al Sindona, voluto anche in virtù della benevolenza dell'Amministratore Delegato Mario Barone. Quest'ultimo fu cooptato come terzo amministratore, addirittuta modificando lo statuto della Banca stessa che ne prevedeva due (nel caso specifico, Ventriglia e Guidi). Fu accordato tale prestito con tutte le modalità e transazioni necessarie e fu incaricato il Direttore Centrale del Banco di Roma, Giovanbattista Fignon, di occuparsi della vicenda. Le banche di Sindona furono fuse e prese vita la Banca Privata Italiana di cui Fignon divenne Vice Presidente e Amministratore Delegato. Al contrario di tutte le aspettative, Fignon andò a Milano a rivestire detta carica e capì immediatamente la gravità della situazione. Stese numerose relazioni, individuò le operazioni messe in piedi da Sindona e dai suoi collaboratori tanto che ne ordinò l'immediata sospensione. Ma a Roma i poteri forti forse non gradirono una così massiccia operazione di pulizia, sebbene nei pochi mesi di tale gestione emersero innumerevoli aspetti che potevano indurre ad un salvataggio. Fignon fece un egregio lavoro ma non poté bastare e nel settembre del 1974 consegnò a Giorgio Ambrosoli la relazione sullo stato della Banca. Fignon continuò nel suo operato tanto da essere citato anche nelle agende dell' avvocato Ambrosoli che nulla poteva immaginare di ciò che sarebbe seguito.
Ciò che emerse dalle investigazioni indusse, nel 1974, a nominare un commissario liquidatore. Per il compito fu scelto Giorgio Ambrosoli.

L'incarico

In questo ruolo, Ambrosoli assunse la direzione della banca e si trovò ad esaminare tutta la trama delle articolatissime operazioni che il finanziere siciliano aveva intessuto
, iniziando dalla società "Fasco", l'interfaccia fra le attività palesi e quelle occulte del gruppo.
Nel corso dell'analisi svolta dall'avvocato emersero le gravi irregolarità di cui la banca si era macchiata e le numerose falsità nelle scritture contabili.
Contemporaneamente a questa opera di controllo Ambrosoli cominciò ad essere oggetto di pressioni e di tentativi di corruzione. Queste miravano sostanzialmente a ottenere che avallasse documenti comprovanti la buonafede di Sindona.
Se si fosse ottenuto ciò lo Stato Italiano, per mezzo della Banca d'Italia, avrebbe dovuto sanare gli ingenti scoperti dell'istituto di credito. Sindona, inoltre, avrebbe evitato ogni coinvolgimento penale e civile.
Ambrosoli non cedette, sapendo di correre notevoli rischi.
Ai tentativi di corruzione fecero presto seguito minacce esplicite.
Malgrado ciò, Ambrosoli confermò la necessità di liquidare la banca e di riconoscere la responsabilità penale del banchiere.
Nel corso dell'indagine emerse, inoltre, la responsabilità di Sindona anche nei confronti di un'altra banca, la statunitense Franklin National Bank, le cui condizioni economiche erano ancora più precarie. L'indagine, dunque, vide coinvolta non solo la magistratura italiana, ma anche l'FBI.
In un clima di tensione e di pressioni anche politiche molto forti, Ambrosoli concluse la sua inchiesta. Avrebbe infine dovuto sottoscrivere una dichiarazione formale il 12 luglio 1979.

L'omicidio

La sera dell'11 luglio 1979, rincasando dopo una serata trascorsa con amici, fu avvicinato sotto il suo portone da uno sconosciuto.
Questi si scusò e gli esplose contro tre colpi di 357 Magnum. Ad ucciderlo fu William J. Aricò, un sicario fatto appositamente venire dall'America e pagato con 25 000 dollari in contanti ed un bonifico di altri 90 000 dollari su un conto bancario svizzero.
Nessuna autorità pubblica presenziò ai funerali, ad eccezione dei rappresentanti della Banca d'Italia.
Il 18 marzo 1986 a Milano, Michele Sindona e Roberto Venetucci (un trafficante d'armi che aveva messo in contatto Sindona col killer) furono condannati all'ergastolo per l'uccisione dell'avvocato Ambrosoli.
 
Infine riporto  la lettera che Ambrosoli scrisse alla moglie nel 1975.

Anna carissima,
è il 25.2.1975 e sono pronto per il deposito dello stato passivo della B.P.I. (Banca Privata Italiana n.d.r.) atto che ovviamente non soddisfarà molti e che è costato una bella fatica.
Non ho timori per me perché non vedo possibili altro che pressioni per farmi sostituire, ma è certo che faccende alla Verzotto e il fatto stesso di dover trattare con gente dì ogni colore e risma non tranquillizza affatto. E’ indubbio che, in ogni caso, pagherò a molto caro prezzo l'incarico: lo sapevo prima di accettarlo e quindi non mi lamento affatto perché per me è stata un'occasione unica di fare qualcosa per il paese.
Ricordi i giorni dell'Umi (Unione Monarchica Italiana n.d.r.) , le speranze mai realizzate di far politica per il paese e non per i partiti: ebbene, a quarant'anni, di colpo, ho fatto politica e in nome dello Stato e non per un partito. Con l'incarico, ho avuto in mano un potere enorme e discrezionale al massimo ed ho sempre operato - ne ho la piena coscienza - solo nell'interesse del paese, creandomi ovviamente solo nemici perché tutti quelli che hanno per mio merito avuto quanto loro spettava non sono certo riconoscenti perché credono di aver avuto solo quello che a loro spettava: ed hanno ragione, anche se, non fossi stato io, avrebbero recuperato i loro averi parecchi mesi dopo.
I nemici comunque non aiutano, e cercheranno in ogni modo di farmi scivolare su qualche fesseria, e purtroppo, quando devi firmare centinaia di lettere al giorno, puoi anche firmare fesserie. Qualunque cosa succeda, comunque, tu sai che cosa devi fare e sono certo saprai fare benissimo. Dovrai tu allevare i ragazzi e crescerli nel rispetto di quei valori nei quali noi abbiamo creduto (...) Abbiano coscienza dei loro doveri verso se stessi, verso la famiglia nel senso trascendente che io ho, verso il paese, si chiami Italia o si chiami Europa.
Riuscirai benissimo, ne sono certo, perché sei molto brava e perché i ragazzi sono uno meglio dell'altro (...)
Sarà per te una vita dura, ma sei una ragazza talmente brava che te la caverai sempre e farai come sempre il tuo dovere costi quello che costi.
Hai degli amici, Franco Marcellino, Giorgio Balzaretti, Ferdinando Tesi, Francesco Rosica, che ti potranno aiutare: sul piano economico non sarà facile (…)

Giorgio

 


postato da: paoloborrello alle ore giugno 15, 2009 09:42 | Permalink | commenti
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giovedì, 11 giugno 2009

Lo stupro in Camerun è un fenomeno di massa. Secondo quanto ha scritto Chiara Pracchi per "Peacereporter" in quel Paese africano negli ultimi venti anni sono state stuprate più di 400.000 donne. Questo numero è indubbiamente impressionante. Impressiona di meno, anche se stupisce ugualmente, il fatto che i mass media dei Paesi occidentali non si occupino delle violenze perpretate ai danni delle donne del Camerun.
Riporto integralmente l'articolo di Chiara Pracchi.


"Parlare di stupro in Camerun è ancora un tabù, sostiene Flavien Ndonko, responsabile dell'organizzazione di cooperazione internazionale GTZ.
Eppure è stato calcolato che negli ultimi 20 anni, più di 430 mila donne, per la maggior parte sotto i 15 anni, sono state violentate da vicini di casa o parenti. Un fenomeno che, sostiene Ndonko, è aumentato sensibilmente nell'ultimo periodo. 'Negli anni '70 i casi di violenza sessuale erano estremamente rari - ha spiegato - e riguardavano lo 0,1 percento delle donne. Ma dagli anni '80 in poi stiamo assistendo ad un'esplosione delle violenze sessuali, che prendono di mira soprattutto le adolescenti'. In un Paese che conta 19 milioni di abitanti, le ragazze che hanno subito violenza costituiscono il 5,2 delle donne. Di queste, il 2 per cento aveva meno di 5 anni.
Rompere il silenzio è l'obiettivo di questa campagna che, alla presentazione del progetto, ha lasciato parlare le vittime. 'D'ora in poi, racconteremo pubblicamente le violenze sessuali subite, in modo che non sarà più un tabù nella nostra società' ha promesso Olivia Bikoe del Réseau National des Associations de Tantines, un raggruppamento di associazioni che si occupa di assistere le giovani madri. Al momento sono più di 200 le donne che hanno deciso di raccontare la propria storia ai mass media e di girare le scuole del Paese per mettere in guardia le ragazze. La campagna, che durerà due anni, avrà fra gli obiettivi anche la sensibilizzazione di insegnanti, avvocati e magistrati.
'Oggi mi sento sollevata per aver potuto parlare' sostiene Madeleine che ha trovato il coraggio di uscire allo scoperto perché 'la sua testimonianza possa essere utile alle giovani donne vulnerabili'. Oggi Madeleine ha 24 anni ma ne aveva solo 8 quando ha incominciato a subire le 'attenzioni' di un vicino di casa.
'Le testimonianze delle donne sono doppiamente importanti: se le vittime non parlano, non possono essere accertati i fatti e la loro terapia non può iniziare' spiega Olivia Bikoe che con il Réseau National des Associations de Tantines ha aperto nel luglio scorso un centro di accompagnamento psicologico e denominato 'Sos stupro'. 'Incoraggiamo le ragazze che ci contattano a denunciare i loro carnefici, spiegando loro come presentare denuncia e trovare eventuali appoggi' prosegue Olivia. In Mauritania lo stupro e l'incesto possono essere puniti con una condanna a vita, ma nella realtà quasi nessuno arriva a scontare la pena. Ne sa qualcosa Sara, che a 14 anni è madre di un bambino di due. Il suo carnefice è stato il preside della scuola, che a 11 anni l'ha messa incinta. Per questo, è stato condannato a 10 anni, ma ha potuto lasciare il carcere dopo tre mesi di reclusione".
 
Il primo pensiero che mi è venuto in mente leggendo questa notizia può apparire banale ma non posso non esplicitarlo: è proprio vero che la vita di milioni di persone che nascono in Africa non vale quasi niente rispetto alla nostra vita, alla vita di coloro che abitano nei cosiddetti Paesi sviluppati. Tale considerazione non è certo una novità, purtroppo. Diverse sono le manifestazioni, non solo gli stupri di massa, dello scarso valore attribuito alla vita di milioni di africani, si pensi ai numerosi morti per fame. Non è una novità ma è bene ribardirla ancora una volta nella speranza che il nostro interesse nei confronti del destino di milioni di africani aumenti considerevolmente, presupposto indispensabile affinchè i governi dei cosiddetti Paesi sviluppati attuino una politica di aiuti nei confronti dell'Africa realmente efficace. L'efficacia degli aiuti dipende anche dai governi dei Paesi africani, spesso disorganizzati e spesso corrotti. Ma i governi dei Paesi a cui spetta (ripeto spetta, in considerazione delle notevolissime diseguaglianze economiche esistenti nel nostro pianeta, di cui si avvantaggiano i Paesi più ricchi) aiutare i Paesi africani devono comunque accrescere le risorse finanziarie da utilizzare per promuovere un vero sviluppo dell'Africa, privilegiando gli interventi che riducono al minimo la possibilità di essere inefficaci.

 


postato da: paoloborrello alle ore giugno 11, 2009 09:34 | Permalink | commenti
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lunedì, 08 giugno 2009

Dopo le elezioni europee può essere opportuno occuparsi di politica o meglio dei partiti in un'ottica diversa però da quella utilizzata durante la campagna elettorale e nei commenti ai risultati.
Infatti al di là dei risultati ottenuti dalle diverse liste e considerando che l'astensionismo è aumentato di nuovo, un fatto è certo: cresce in Italia l'insoddisfazione dei cittadini nei confronti dell'operato dei partiti, di tutti i partiti. Ovviamente l'orientamento politico delle persone incide su quali sono i partiti oggetto di maggiori critiche. Però le critiche ai partiti sono molto diffuse e crescenti.
Le critiche sono di diversa natura ma possono essere sintetizzate rilevando che i partiti si occupano prevalentemente e sempre di più della ricerca e della gestione del potere e sempre di meno è la volontà di perseguire gli interessi generali. Cresce il voto di scambio, il clientelismo ed anche la corruzione. Le modalità di selezione dei gruppi dirigenti e di coloro che vengono chiamati ad assumere incarichi di governo, sia a livello nazionale che a livello locale, sono contraddistinte dalla tendenza a non premiare la competenza, l'onestà, la rappresentatività sociale, e a premiare invece l'obbedienza ai "capi", l'essere molto conosciuti
in ambiti che non hanno niente a che fare con la politica (il mondo dello spettacolo soprattutto).
Tutto vero.
Certamente chi fa politica ha responsabilità notevoli, maggiori rispetto ai singoli cittadini che non si occupano di politica. Le maggiori responsabilità sono attribuibili poi a chi assume incarichi di governo, a livello nazionale e locale.
Ma si può contrapporre un mondo politico "cattivo" ad una società "buona"?
Alcuni esempi, non nuovi, possono essere citati: se esistono i politici corrotti esisteranno anche i corruttori, se esistono politici che concedono favori esistono anche coloro che accettano quei favori, se esistono politici che offrono posti di lavoro in cambio di consensi elettorali esistono coloro che sono disposti a tutto pur di ottenere quei posti di lavoro.
Spesso si sostiene che una determinata comunità, locale o nazionale, ha i politici che merita. Non è così?
Come mai all'esterno dei partiti non è poi così diffusa la partecipazione ad associazioni, che non siano solo culturali o che non si occupino esclusivamente di volontariato sociale, ma che in qualche modo si occupano di politica. Un esempio per tutti: perchè in Italia, diversamente da quanto avviene in altri Paesi, la partecipazione alle attività delle associazioni dei consumatori è piuttosto ridotta?
E poi ancora, non è vero che la tendenza a perseguire a tutti i costi il proprio interesse personale è diffusa e crescente anche fra i singoli cittadini? Il nostro senso civico non è del tutto insufficiente?
In ultima analisi non c'è un insufficiente impegno dei singoli cittadini per cambiare la politica oppure l'"establishment" dei partiti impedisce a tutti i costi ogni azione rivolta a modificare la situazione esistente?
Mi rendo conto che le domande contenute in questo post sono diverse e non tutte "retoriche".
Vorrei sapere se siete in grado di fornire qualche risposta.
Vorrei sapere cosa ne pensate di quanto ho scritto.
Mi riservo di intervenire, nei commenti, per esprimere ulteriormente le mie valutazioni, anche se credo che sia abbastanza chiara qual'è la mia opinione sulle questioni prese in esame.  

 

postato da: paoloborrello alle ore giugno 08, 2009 10:20 | Permalink | commenti
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venerdì, 05 giugno 2009

L' attività estrattiva è antica come la storia dell'uomo, è molto diffusa in Italia e produce notevoli effetti, spesso fortemente negativi, sul paesaggio e sull'identità dei territori in cui quell'attività si svolge. Ma di cave in Italia se ne parla poco, spesso solamente quando apprendiamo che vicino alle nostre abitazioni si intende aprire una nuova cava.
Legambiente ha quindi realizzato un dossier nel quale ci si occupa soprattutto degli aspetti economici connessi alle attività estrattive. Tra l'altro è stato verificato quanto si paga, in termini di concessioni, nelle diverse regioni italiane e in altri Paesi europei per un'attività che genera un volume d'affari, per il solo indotto creato dagli inerti, di circa 5 miliardi di euro l'anno.

E' opportuno iniziare con alcuni dati relativi all'Italia:

- sono circa 6000 le cave attive e si stimano in quasi 8000 quelle dismesse nelle sole regioni nelle quali esiste un monitoraggio (probabilmente queste ultime superano le 10000 unità)

- la sabbia e la ghiaia rappresentano il 60% di tutti i materiali cavati (per questo sono stati esaminati i canoni di concessione relativi agli inerti)

- sono circa 142 i milioni di metri cubi di inerti che ogni anno vengono prelevati nel nostro Paese tramite le attività di cava, soprattutto in Puglia, Lombardia e Lazio che da sole raggiungono il 50 % del totale estratto ogni anno con 68 milioni di metri cubi

E i canoni di concessione quale valore assumono?
Un valore molto basso, troppo basso.

Infatti nel dossier di Legambiente (che nella sua versione completa è disponibile nel sito www.legambiente.it) si può leggere:

"In media infatti, nelle regioni italiane si paga il 4% del prezzo di vendita degli inerti. Ancora più assurda è la situazione delle regioni dove si cava addirittura gratis, come in Valle d’Aosta, Puglia, Basilicata, Calabria, Sicilia e Sardegna.
Se si considera il peso che le Ecomafie hanno nella gestione del ciclo del cemento e nel controllo della aree di cava nel Mezzogiorno emerge in tutta la sua evidenza, la gravità della situazione in troppe aree del Paese praticamente prive di regole.
Quali sono le ragioni di questa situazione assurda? La prima, la più sorprendente, è che la normativa nazionale di riferimento in materia è ancora oggi un Regio Decreto del 1927. A dettare le regole per l’attività estrattiva dovrebbero essere oggi le Regioni, a cui sono stati trasferiti i poteri in materia nel 1977. Ma le Regioni sembrano guardare con disinteresse al settore, mentre le entrate degli enti pubblici dovute all’applicazione dei canoni sono ridicole in confronto al volume d’affari del settore. Il totale nazionale di tutte le concessioni pagate nelle regioni non arriva infatti a 53 milioni di Euro mentre ammonta a 1 miliardo e 735 milioni di Euro l’anno il ricavato dai cavatori dalla vendita. In Puglia si cavano ogni anno 25 milioni di tonnellate di soli inerti che fruttano 312 milioni di Euro di introiti ai fortunati cavatori che nulla devono al territorio! Ma anche dove si paga, come nel Lazio, il rapporto tra le entrate regionali e quelle delle aziende è di 1 a 40, e cioè 5,7 milioni di Euro contro 234,4 milioni incassati!
Per uscire dalla crisi economica occorrono investimenti, ma occorre anche promuovere riforme che spingano l’innovazione nei settori. Con oneri di concessione per l’attività estrattiva così bassi (e in molte regioni mancano Piani e in Calabria persino una Legge), l’Italia continuerà a essere devastata dalle cave. Senza considerare che si rinuncia a promuovere un settore innovativo come quello del recupero degli inerti provenienti dalle demolizioni in edilizia, che può sostituire quelli di cava - come sta avvenendo in molti Paesi europei - e che consente di avere molti più occupati (per una cava da 100mila metri cubi l’anno gli addetti in media sono 9 mentre per un impianto di riciclaggio di inerti gli occupati sono più di 12) e di risparmiare il paesaggio.
Legambiente chiede quindi di adeguare, in tutte le Regioni, il canone al prezzo medio che si paga oggi in Gran Bretagna per l’attività di cava, ossia il 20%. In questo modo si potrebbero ottenere risorse pari a 567milioni di Euro, rispetto agli attuali 53 milioni di Euro. Nella sola Puglia si potrebbero ottenere 99,5 milioni Euro; in Lombardia si passerebbe da 10milioni a 94milioni di Euro ogni anno.
Sappiamo già la risposta dei cavatori: così aumenta il costo del cemento e si avrebbe un effetto a catena in un periodo di crisi del settore edilizia. Ma pagare il 20% della cifra a cui si vende è persino troppo poco per gli impatti che questa attività produce nel territorio. E l’effetto sull’aumento del prezzo del calcestruzzo sarebbe quasi impercettibile. Potrebbe esserlo del tutto poi, se i cavatori invece di scaricarlo sul prezzo finale rinunciassero a una parte dei loro enormi guadagni. Gli stessi cavatori inoltre, potrebbero avere tutto l’interesse a orientare la propria attività economica verso il settore del recupero degli inerti in edilizia. Del resto, non si riesce a capire per quale ragione un’attività che opera in regime di concessione debba continuare a stare in una situazione di privilegio rispetto a tutte le altre che (spesso con minore impatto) pagano.
Uscire da una gestione troppo spesso illegale o condotta con mentalità predatoria, recuperare aree del Paese che sembrano abbandonate a se stesse, curare le ferite del paesaggio è quanto mai urgente. L’Italia può scegliere questa strada, e seguire i Paesi europei che intorno a una moderna gestione delle attività estrattive hanno creato un settore economico capace di legare ricerca e innovazione nel recupero dei materiali. I casi europei descritti in questo documento ci mostrano alcune soluzioni che provengono da realtà molto diverse fra loro: in Danimarca da oltre 20 anni ci si è posto il problema di come ridurre le estrazioni da cava e promuovere il recupero dei rifiuti da costruzione e demolizione, con una politica di tassazione che arriva a far pagare 50 euro a tonnellata per il conferimento in discarica degli inerti. Un meccanismo questo, che ha funzionato visto che oggi si fa ricorso per il 90% ad inerti riciclati invece che di cava. La Repubblica Ceca ha introdotto il concetto di consumo di suolo tassando oltre alla quantità di materiale prelevato anche la superficie occupata dalle cave. Nel Regno Unito il canone di concessione di più di 6 volte quello richiesto in media in Italia".

Legambiente infine ha elaborato alcune proposte al fine di riqualificare il territorio e di fare in modo che le attività estrattive risultino una vera risorsa economica per gli Enti Locali:

1) Ridurre il consumo di inerti di cava nell’industria delle costruzioni. Le quantità più rilevanti di materiali estratti ogni anno in Italia sono utilizzati per l’edilizia e le infrastrutture, quasi il 60% di quanto viene cavato sono inerti, principalmente ghiaia e sabbia, e altri materiali per il cemento. La restante parte va divisa tra pietre ornamentali e da taglio, argille per laterizi e ceramiche, altri usi industriali. Se è necessaria una forte attenzione in tutti i settori estrattivi (in particolare per i laterizi e materiali pregiati) è evidente che il cuore dei problemi per l’attività estrattiva in Italia è negli inerti necessari al settore delle costruzioni.
Secondo le stime dell’Anepla (Associazione Nazionale Estrattori Produttori Lapidei ed Affini) gli inerti estratti in Italia sono stati circa 375 milioni di tonnellate nel 2006 (sono compresi anche gli inerti artificiali, quelli riciclati e quelli da frantumazione delle rocce). E in parallelo i rifiuti da costruzione e demolizione continuano a crescere con 45milioni di tonnellate, 90% dei quali collocati in discarica. E’ evidente lo spreco di una gestione caratterizzata da un uso eccessivo sia delle cave che delle discariche e che potrebbe costruire un circuito virtuoso. Occorre allargare la quota di mercato degli aggregati riciclati, che oggi grazie all’innovazione tecnologica e all’applicazione da anni nei principali Paesi europei hanno le stesse prestazioni degli aggregati naturali per impieghi nel settore edilizio e possono sostituire in tutti gli usi sabbia, ghiaia e inerti in generale. Dunque ridurre il numero di cave e i quantitativi estratti è possibile. Il salto di qualità dal 10% dell’attuale quota di mercato a standard di livello europeo (in molti Paesi si è già sopra il 90%) potrà avvenire attraverso macchinari e centri di riciclo degli inerti più grandi ed organizzati. Già oggi il costo del materiale da recupero degli inerti è competitivo nei confronti delle cave, e frantoi con tecnologie più moderne e di dimensione più grandi possono garantire una qualità assolutamente identica ai materiali naturali.
 
2) Adeguare i canoni di concessione alla realtà europea. Per uscire finalmente da una situazione di grandi guadagni privati e di gravi impatti pubblici per il paesaggio, fissando come in Gran Bretagna al 20% del prezzo di vendita il canone di concessione.
 
3) Rafforzare pianificazione e controllo dell’attività nel territorio. In troppe aree del Paese il contesto delle regole è ancora incompleto, ancora molte Regioni sono senza Leggi adeguate e piani per l’attività estrattiva, e troppi Piani spingono l’attività estrattiva invece di regolarne una corretta gestione. Occorre porre grande attenzione su quello che succede nel territorio in materia di gestione dell’attività estrattiva per eliminare l’eccessiva discrezionalità da parte di chi concede i permessi e il peso degli interessi legali e delle ecomafie.

4) Spingere l’innovazione del settore. Una prospettiva di questo tipo  presuppone  un   forte coinvolgimento del mondo delle costruzioni nel recupero e riutilizzo attraverso nuove tecnologie degli inerti prodotti. La prospettiva dovrebbe essere quella di costruire una moderna filiera in cui siano le stesse imprese a gestire il processo di demolizione selettiva e riciclo al posto del conferimento in discarica. Il modello da copiare è quello della Danimarca, dove è dal 1987 che questo processo di innovazione va avanti. Ma anche in Gran Bretagna, seppur recentemente, si è innescato un processo che porterà il settore ad essere competitivo ed allo stesso tempo meno invasivo nei confronti del territorio e delle risorse presenti.

Io credo che i problemi connessi alle attività estrattive non debbano essere considerati d'importanza secondaria rispetto ad altri. Sono problemi che hanno un notevole rilievo, di cui anche i blogger si devono occupare, e di cui soprattutto si devono anche occupare i partiti.
Questa infatti può essere una delle molte iniziative da promuovere affiinchè i partiti stessi raggiungano una maggiore sintonia con le vere esigenze e i veri problemi che si manifestano all'interno della società italiana.

 


postato da: paoloborrello alle ore giugno 05, 2009 09:14 | Permalink | commenti
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