Si infittisce il mistero attorno ai legami tra l’omicidio di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin avvenuto a Mogadiscio nel 1994, il traffico di scorie radioattive e l’affondamento di navi nel Mediterraneo. Le nuove rivelazioni sono apparse su “L’Espresso”: ancora una manomissione del fascicolo relativo alle indagini condotte dal sostituto procuratore di Reggio Calabria, Francesco Neri, sullo spiaggiamento della motonave ex Jolly-Rosso avvenuto ad Amantea nel dicembre del 1990. Indagini archiviate nel 2000, anche a seguito della morte, avvenuta in circostanze anch’esse sospette, del capitano di corvetta Natale De Grazia componente di spicco del pool ecomafia della procura reggina. Proprio in occasione di quell’indagine emersero legami con l’affondamento dell’imbarcazione Rigel avvenuta a Capo Spartivento, nella provincia di Reggio Calabria, nel settembre del 1987 e con l’omicidio della giornalista di Rai Tre e del collega operatore impegnati in un’importante inchiesta riguardo traffici di rifiuti tossici e la cooperazione internazionale tra Italia e Somalia.
Anche “Liberainformazione” è tornata ad occuparsi dell’argomento, con un articolo di Anna Foti.
Il nome del faccendiere lombardo Giorgio Comerio balza all’attenzione più volte perché al centro di questi legami. Tra gli elementi che ne motivano il coinvolgimento, il ritrovamento, nella sua cosa in provincia di Pavia, del certificato di morte di Ilaria Alpi, acquisito agli atti dal procuratore Neri e di recente scomparso, a seguito della prima manomissione denunciata dal magistrato reggino nei mesi scorsi.
Adesso a denunciare una nuova intrusione in procura e la possibile sottrazione di atti dal fascicolo d’inchiesta è stato l’avvocato del pm Lorenzo Gatto, il quale il 3 giugno ha segnalato una nuova anomalia nello scatolone nove dove erano conservati il primo e il secondo faldone di informazioni del Sismi. Non è stato difficile intuire che l’assenza dell’adesivo di chiusura avrebbe potuto consentire l’agevole sottrazione di documenti. Si susseguono gli episodi allarmanti che dimostrano la complessità di un’indagine che, ancorché archiviata, continua a far discutere tutti, tranne i politici che nulla hanno dichiarato a seguito dello smarrimento del certificato di morte di Ilaria Alpi.
Intanto il procuratore Neri, per difendersi dalla querela sporta dal presidente somalo Ali Mahdi (ora archiviata), è tornato a studiare le carte della vecchia inchiesta. Una documentazione corposa che raccoglie informazioni determinanti sull’attività di Giorgio Comerio, presidente della società Odm, già incriminato per frode e truffa, definito in un’informativa dei carabinieri sicuramente massone e appartenente ai servizi segreti argentini, attualmente irreperibile. Entra a pieno titolo nell’inchiesta di Neri nel 1995 dopo la segnalazione del procacciatore d’affari Elio Ripamonti, al quale Comerio aveva parlato della possibilità di smaltire scorie nucleari attraverso dei container posizionati in siluri d’acciaio da collocare sul fondo marino a 400 metri di profondità. Sembra che lo stesso Comerio avesse l’esclusiva per lo smaltimento dei rifiuti radioattivi prodotti in Italia e che un funzionario della Lettonia lo avesse autorizzato a seppellire le scorie nel mare del Nord. Agli atti risulta un elenco di oltre 45 nazioni che avevano a lui concesso zone marine per il seppellimento di penetratori carichi di scorie radioattive.
Tra le carte di Reggio Calabria, dunque, ci sarebbero le prove della reiterata violazione del divieto sancito a Londra nel 1972 di smaltimento marittimo delle scorie radioattive che, a quanto pare, Comerio gestiva in forza di accordi siglati con Paesi in tutti i continenti, compreso quello africano e compresa la Somalia, dove Comerio sarebbe riuscito a corrompere il leader Mahdi per ottenere l’autorizzazione a inabissare scorie. La Odm sarebbe riuscita a concludere la trattativa con il presidente somalo nel settembre del 1994, solo pochi mesi dopo l’omicidio di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin, la cui inchiesta sulle navi dei veleni sarebbe arrivata anche al nome di Dario Viccica, attivo nelle trattative con la Sierra Leone.
Tornando a Comerio, fonti ufficiali lo definiscono personaggio pericoloso, che avviò delle trattative con Libia e Iran per vendere telemine, micidiali missili a guida satellitare. Ancora oggi irreperibile, come ha dichiarato il maresciallo Nicolò Moschittà, non tardò a collaborare con la criminalità organizzata riciclando in Belgio un titolo di credito di 100.000 dollari del circuito di “Cosa nostra”. C’è traccia di un progetto firmato Odm anche in un’indagine che conduce ai traffici internazionali di armi del cartello Serraino-Condello-Imerti di Reggio Calabria. Insomma un vero signore degli abissi radioattivi, le cui coperture internazionali sono ampiamente documentate. Questa è la dimensione altamente pericolosa che le carte del fascicolo restituiscono alla conoscenza del procuratore Francesco Neri, dopo che l’ingresso della criminalità organizzata nell’inchiesta segnò il passaggio delle carte ad Alberto Cisterna, sostituto procuratore della direzionale nazionale antimafia, nel 1996. Sarà quest’ultimo a chiedere l’archiviazione al gip Adriana Costabile che la disporrà nel dicembre 2000 in assenza di ritrovamenti di scorie in mare. Intanto il relitto della Rigel non è mai stato trovato. Anch’esso inghiottito nel mistero come Giorgio Comerio e i mandanti dell’omicidio di Ilaria e di Miran.
Legare uno degli eventi simbolo del benessere e della salute fisica, le Olimpiadi, a uno dei maggiori problemi del pianeta, l’inquinamento atmosferico. Sembra un paradosso e invece è la realtà. Le prossime Olimpiadi di Pechino vedranno protagonisti non solo gli atleti e lo sport ma anche la guerra contro l’inquinamento atmosferico.
Secondo un recente studio americano infatti la Cina ha ampiamente superato gli Stati Uniti nella speciale classifica dei Paesi che inquinano di più. Gli americani, individualmente, continuano a essere tra i più ‘dannosi alla salute del pianeta’, ma va alla Cina il premio per il paese più inquinante. Studiosi e scienziati hanno calcolato che il livello medio dell'inquinamento dell'aria della capitale cinese è di cinque volte superiore a quello considerato il massimo tollerabile secondo i valori dell’ Organizzazione Mondiale della Sanità.
Come risolvere il problema, che si fa anche più complesso visto l’imminente inizio della manifestazione sportiva più celebre della storia? Dall’Ufficio per il controllo dell'inquinamento di Pechino hanno comunicato l’avvio di una serie di iniziative necessarie per garantire il tranquillo e ‘non inquinato’ svolgimento delle Olimpiadi: decine di fabbriche inquinanti – tra cui l'Organic Chemical Plant della Beijing Eastern Petrochemical, la Dayou Company di proprietà della Beijing Chemical Industry Group Corporation e due impianti di raffinazione del petrolio della China Huadian Corporation Beijing Thermoelectric – verranno chiuse e due mesi prima dell’inizio della manifestazione verranno bloccati i lavori nei cantieri, responsabili della presenza di sabbia nell’aria. Inoltre, considerando che solo nella capitale cinese circolano tre milioni di macchine, durante la manifestazione la circolazione dei veicoli sarà regolata a targhe alterne, per provare a ridurre il livello di smog.
I problemi però ci sono e preoccupano gi atleti. Molti, infatti, hanno deciso di presentarsi a Pechino solo i giorni immediatamente prima l’inizio delle competizioni, per potersi allenare laddove l’aria è più leggera. Ma c’è anche chi, intimorito dalle notizie allarmanti, ha deciso di non partecipare: Haile Gebreselassie, maratoneta etiope detentore del record del mondo, ha deciso di rinunciare a correre la Maratona di Pechino proprio a causa dell'inquinamento che potrebbe compromettere la sua salute, già cagionevole a causa di una grave forma d'asma.
Secondo Stefano Baldini, oro nella maratona di Atene 2004, lo smog costituirà un serio problema solo per chi soffre di problemi respiratori mentre, per gli altri atleti, il problema vero sarà combattere l’afa e il caldo, che ad agosto in Cina tocca vette elevatissime.
Proprio per osservare gli effetti dello smog sugli atleti asmatici durante tutta la manifestazione, all’interno del villaggio olimpico verrà allestita una postazione ‘di controllo’ per sottoporre gli
atleti a regolari esami clinici, come la misurazione della funzione polmonare, la risposta bronchiale e i sintomi asmatici di ogni atleta. Si chiama GA2LEN - Global Allergy and Asthma European Network – un progetto europeo unico nel suo genere, che permetterà di osservare e studiare sul posto i legami tra asma e altre malattie respiratorie su atleti in condizioni particolari come quelle di Pechino.
Tutti gli occhi sono quindi puntati sulla capitale cinese. La scommessa per gli organizzatori è garantire l’Olimpiade Verde che hanno promesso, migliorando anche i livelli di smog della città. Quel che è certo è che questa è la prima Olimpiade che sarà oggetto di osservazione da parte non solo di sportivi e appassionati, ma anche di scienziati e ricercatori.
Scarica il dossier sull'emergenza medica nella zona di Mogadiscio (in inglese)
26.6.2008 - La popolazione somala sta affrontando una gravissima crisi umanitaria senza che vi sia un’adeguata risposta ai loro bisogni critici. Nel solo mese di maggio, le equipe di Medici Senza Frontiere (MSF) che lavorano a Mogadiscio nei sobborghi di Hawa Abdi e Afgoye hanno curato oltre 2500 bambini colpiti da malnutrizione acuta, e il numero dei bambini ricoverati nei programmi nutrizionali di MSF è raddoppiato in aprile e poi ancora in maggio. Da un anno i tassi di malnutrizione hanno superato la soglia d’emergenza. Il numero di nuovi casi sta aumentando drasticamente, mentre l’assistenza esterna continua a diminuire sia in quantità che in qualità a causa dell’elevato livello di insicurezza e dell’aumento degli attacchi agli operatori umanitari. I somali che tentano di fuggire dalla violenza hanno poche opzioni di fuga, poiché i principali punti di passaggio alla frontiera verso il Kenya e l’Etiopia sono chiusi.
“La Somalia non è più sull’orlo della catastrofe. La catastrofe sta accadendo in questo momento”, afferma Bruno Jochum, responsabile delle operazioni di MSF. “Solamente la settimana scorsa, abbiamo ammesso oltre 500 bambini gravemente malnutriti nel nostro programma nutrizionale. Di questi, uno su sei ha dovuto essere ricoverato a causa di complicazioni mediche. Se questa tendenza dovesse continuare, la malnutrizione potrebbe colpire una popolazione ancora più vasta, come i bambini sopra i cinque anni e gli adulti vulnerabili. La situazione è tragica, e non siamo in grado di fornire gli aiuti necessari per prevenire un ulteriore peggioramento della situazione”.
Tra Mogadiscio e Afgoye, oltre 250mila persone vivono in condizioni di sovraffollamento estremo e il loro numero continua ad aumentare stabilmente a causa della fuga dalla violenza che colpisce la capitale. Ogni persona ha a disposizione meno di 10 litri di acqua potabile al giorno, e la maggior parte delle famiglie vivono in ripari improvvisati che forniscono poca o nessuna protezione. I prezzi degli alimenti di base come il riso e il grano sono triplicati dall’inizio dell’anno e molti sfollati sopravvivono unicamente grazie all’assistenza esterna.
La violenza quotidiana continua a Mogadiscio e nelle zone circostanti, colpendo pesantemente la popolazione civile. Il reparto di chirurgia di MSF a Dayniile, alla periferia di Mogadiscio, ha curato oltre 2100 persone con ferite provocate da traumi dall’inizio dell’anno. La metà di loro sono donne e bambini sotto i 14 anni. Il 56% dei nostri pazienti sono curati per ferite legate alla violenza, come colpi di arma da fuoco o bombe.
L’estrema insicurezza previene qualunque evoluzione significativa nel livello e nella qualità dell’assistenza. Gli operatori umanitari sono regolarmente presi di mira e nessun’organizzazione, inclusa MSF, riesce a lavorare in maniera regolare coi propri operatori umanitari internazionali.
“Due anni dopo che alcuni membri della comunità internazionale sono intervenuti politicamente e militarmente nel nome del ristabilimento della pace e della lotta al terrorismo, la situazione per la popolazione somala è semplicemente catastrofica”, dichiara Kostas Moschochoritis, direttore generale di MSF Italia. “Il conflitto è aumentato, la violenza nei confronti della popolazione civile da parte di tutte le parti in conflitto non fa che contribuire all’attuale disastro umanitario. MSF chiede che sia garantita l’indipendenza dell’azione umanitaria rispetto all’agenda politica e all’azione di peacekeeping, e lancia un appello a tutti i belligeranti affinché garantiscano un accesso sicuro e non ostacolato agli operatori umanitari”.
MSF lavora ininterrottamente in Somalia da più di 17 anni ed è attualmente il più importante fornitore di cure mediche nel centro e nel sud del paese. Nel corso del 2007, le equipe mediche hanno eseguito più di 2500 interventi chirurgici, 520mila consultazioni ambulatoriali e circa 23mila ricoveri. In questo momento, l’insicurezza impedisce a MSF di avere una presenza permanente dei suoi operatori internazionali sul terreno. Nonostante la dedizione degli operatori somali di MSF che continuano a gestire programmi e a fornire cure mediche salvavita nelle regioni di Bakool, Banadir, Bay, Galgaduud, Hiraan, Lower and Middle Juba, Mudug, e Lower and Middle Shabell, tutto ciò è molto meno di quanto sarebbe oggi necessario nel paese.
Il decreto legge Misure urgenti in materia di sicurezza pubblica approvato dal Senato in questi giorni, presenta degli aspetti positivi.
Innanzi tutto si deve prendere atto che l’attuale Governo si è contraddistinto fino ad ora per aver fatto seguire agli “slogan elettorali” effettivi atti di riforma che cercano di rispondere ai problemi più sentiti e avvertiti come urgenti dai cittadini: tra questi, certamente, quello della sicurezza.
Molte previsioni all’interno del decreto in oggetto sono sicuramente apprezzabili (per brevità se ne indicano solo alcune):
- l’inasprimento delle pene per il reato di omicidio e lesioni colpose in seguito a violazione delle norme sulla circolazione stradale, commesso da persona in stato di ebbrezza o sotto l’effetto di sostanze stupefacenti; nello stesso senso, la ripristinata sanzione penale in caso di rifiuto a sottoporsi ad accertamento dello stato alcoolico o il sequestro e la successiva confisca del veicolo con il quale è stato commesso il reato di guida in stato di ebbrezza;
- l’ampliata possibilità di ricorrere al rito direttissimo e al giudizio immediato: gli unici processi che, di fatto, nel nostro sistema, funzionano e permettono di pervenire in tempi rapidi all’accertamento delle responsabilità;
- l’abolizione del cosiddetto patteggiamento in appello, se riuscirà ad anticipare al primo grado la scelta dei riti alternativi (evitando la celebrazione di lunghi e costosi dibattimenti) e, comunque evitando di ottenere esagerati sconti di pena in secondo grado, in particolare per i reati più gravi e di effettivo allarme sociale;
- la previsione dell’aggravante dell’illegale presenza sul territorio nazionale (che, per quanto discutibile possa essere la sua applicazione ad ogni tipologia di reato, è in linea con l’attuazione della lotta all’immigrazione clandestina), anziché l’introduzione del reato di “clandestinità” che oltre a creare enormi problemi di ordine pratico rendendolo di fatto inapplicabile, avrebbe presentato seri problemi di costituzionalità;
- la previsione della confisca dell’immobile ceduto a titolo oneroso al cittadino straniero irregolare: norma di sicura efficacia deterrente, anch’essa il linea con la lotta all’immigrazione clandestina.
Il descritto inasprimento delle pene per alcuni reati che negli ultimi anni hanno destato particolare allarme nella cittadinanza, si scontra però con un sistema processuale che necessiterebbe di una profonda riforma per essere in grado di funzionare e di rendere veramente efficaci le novità introdotte: ma, purtroppo, da decenni assistiamo ad una modalità di legiferare, almeno nell’ambito penale, che rincorre l’emergenza (il sistematico ricorso allo strumento del decreto legge ne è la conferma) e non è in grado di affrontare i veri nodi della giustizia penale e di proporre le grandi riforme condivise di cui si avverte sempre più la necessità e l’urgenza.
Ed a proposito di mancate riforme condivise ed al contesto politico in cui si colloca il provvedimento di cui si discute, non si può non affrontare il discusso emendamento cosiddetto “blocca-processi”, che prevede la sospensione per un anno dei processi (nella fase compresa tra la fissazione dell’udienza preliminare e la chiusura del dibattimento di primo grado), per i reati con pena edittale non superiore a dieci anni e commessi prima del 30 giugno 2002.
L’emendamento viene giustificato con la necessità di dare precedenza assoluta ai procedimenti relativi ai delitti puniti con la pena dell’ergastolo o comunque superiore a dieci anni, ma non vi è chi non veda la debolezza di detta giustificazione, a fronte delle enormi ricadute in termini di funzionamento del già dissestato sistema processuale e delle cancellerie (che sarebbero ulteriormente ingolfate da migliaia di notifiche, da riassunzioni di processi sospesi, da ricomposizioni di collegi, ecc.) e in termini di violazione del principio della ragionevole durata del processo, sia per i cittadini imputati, sia e soprattutto per le parti civili costituite, ossia i cittadini offesi da reati anche gravi; introducendo così il legittimo sospetto che l’emendamento in realtà abbia altre finalità e ottenendo l’effetto di aver inasprito il dialogo politico e istituzionale.
Tale situazione ripone prepotentemente il problema del conflitto tra politica e magistratura, che affligge ormai da quasi un ventennio il nostro Paese: non è possibile attuare le indispensabili importanti riforme di cui si è accennato se non si risolve questo nodo cruciale per la nostra democrazia.
A fronte dell’indipendenza della magistratura, infatti, è altrettanto indispensabile garantire “l’indipendenza” e l’autonomia della politica: altrimenti è inevitabile che uno dei due poteri, quello politico ovviamente, possa essere indebitamente intralciato, se non “ricattato” dall’altro.
I Costituenti avevano ben presente questo rischio, quando nel 1948 introdussero il secondo comma dell’articolo 68 della Costituzione che prevedeva, per evitare il fumus persecutionis, l’autorizzazione a procedere da parte di Camera e Senato per sottoporre a processo un parlamentare. L’immunità parlamentare così concepita è stata cancellata nel 1993, sull’onda emotiva e “rivoluzionaria” di tangentopoli: da quel momento è iniziato il conflitto tra i due poteri e lo scontro tra giustizialisti e garantisti e ancora oggi, a distanza di quindici anni, la nostra democrazia, la necessità delle riforme in tema di giustizia e l’azione di Governo sono bloccati dallo stesso perdurante e lacerante conflitto.
I nostri padri Costituenti, quando introdussero il “filtro” tra i due poteri, lo fecero sulla base di un ragionamento elementare: il cittadino eletto a governare il Paese, soprattutto se ricopre un’alta carica istituzionale dello Stato, non è un cittadino qualunque (pur essendo anch’egli soggetto alla legge), ma rappresenta milioni di elettori e una concezione di governo della società. L’azione giudiziaria nei suoi confronti, quindi, se non è più che limpida e giustificata (da qui la necessità della garanzia del vaglio del Parlamento con l’autorizzazione a procedere) può essere strumentalizzata ed andare a colpire ciò che lui rappresenta oltre se stesso.
È evidente che c’è bisogno di ripristinare questo istituto, nelle forme che si ritengono più adeguate, soprattutto in un ordinamento giudiziario come il nostro dove non esiste, di fatto, un controllo della responsabilità dei magistrati, in nome di un’esasperata ed errata concezione di indipendenza.
Del resto l’immunità, sia essa per i parlamentari, piuttosto che per le alte cariche dello Stato, vige in tutte le democrazie occidentali più vicine alla nostra, anche come cultura giuridica (si pensi ad es. alla Spagna, alla Francia, alla Germania, ecc.): non si comprende perché da noi sia rimasta immutata la situazione dal 1993, pur a fronte delle continue lacerazioni che abbiamo vissuto e a cui stiamo ancora assistendo, con grave danno per i cittadini e il bene comune.
Non resta che auspicare che questa ennesima triste pagina della nostra democrazia faccia finalmente riflettere sul tema proposto (che meriterebbe ben più ampie e autorevoli riflessioni, ma che mi sono permesso di accennare), affinché si trovino le soluzioni istituzionali adeguate per porre fine ai conflitti e permettere a chi ha ricevuto il mandato del popolo di governare serenamente nell’interesse del Paese.
di Paolo Tosoni - da ilSussidiario.net
Nei prossimi giorni terranno certamente banco commenti e analisi sui dati di crescita dell’inflazione nei 30 paesi OCSE. Torneranno quindi alla ribalta anche i dati sul crollo delle vendite al dettaglio, comunicati una decina di giorni fa dall’ISTAT e che segnalano un decremento del 2,3% ad aprile sull’anno precedente. Il dato, particolarmente rilevante per i prodotti non alimentari (3,4%), scende ad un più limitato 0,8% per gli alimentari, dato di per sé abbastanza naturale, essendo questi ultimi considerati consumi di base.
L’aumento dell’inflazione, con il conseguente minore potere di acquisto, e il pericolo di ulteriori incrementi dei tassi, quindi del costo dei mutui e prestiti, non fanno sperare nulla di buono, tenendo conto anche della continua ascesa del prezzo del petrolio.
Comprensibili, quindi, le diffuse preoccupazioni, non solo quelle ovvie delle famiglie e, sull’altro lato, degli esercenti, ma anche quelle degli industriali e, forse, anche dei politici. La parola d’ordine sembrerebbe ora: aumentate i salari e diminuite le tasse, cosicché aumenti il potere di acquisto e quindi la domanda interna, cioè i consumi degli italiani.
Giustissimo. Tuttavia, a chi scrive viene in mente l’alzata di scudi della sinistra e di parte del mondo cattolico quando, qualche anno fa, Berlusconi disse che si doveva consumare di più. Forse se avesse parlato di domanda interna, invece di consumi, non sarebbe successo niente. Il punto è che se si vuole aumentare la domanda è perché non si vuole diminuire l’offerta; altrimenti basterebbe adeguare entrambe su livelli più bassi, ma questo significherebbe crisi economica.
Dopo la scoperta che il salario non è una variabile indipendente, come pretendevano nel 1970 i leader sindacali Macario (CISL) e Lama ( CGIL), ora molti stanno forse scoprendo che anche produzione e consumi non sono variabili indipendenti. Non si può infatti chiedere di consumare meno e pretendere di produrre di più, perché produrre per il magazzino oltre un certo limite non serve. Anzi, sempre più la nostra è un’economia di servizi, dove il magazzino praticamente non esiste, e anche nella produzione industriale è ormai frequente il cosiddetto “just in time”, vale a dire tecniche di riduzione al minimo delle scorte.
Si può obiettare che i consumi sono “buoni” ed è il consumismo che è “cattivo”; ma il consumismo non è una categoria economica: è soggettiva, quando non chiaramente ideologica. Questo è il fulcro della questione: quanto in là può andare la libertà di consumare ciò e quanto si vuole? E quanto “in qua” può andare lo Stato nello stabilire ciò e quanto si deve consumare? Lo Stato etico sovietico decideva con i suoi piani quinquennali cosa produrre, e solo quello poteva essere consumato. La società permissiva e relativista occidentale tende a lasciar libero ogni consumo, comprese droghe o qualsiasi uso e abuso del proprio e dell’altrui corpo.
Dipendendo dai diversi sistemi di valori, le soluzioni al dilemma sono molteplici, ma ciò non impedisce che si possa trovare un terreno su cui cooperare ad un bene comune minimo. A questo dovrebbero essere chiamate le forze politiche, per concordare una base di consumi prioritari, da sostenere con un corretto intervento statale.
Alcuni obiettivi sono già chiari, almeno a parole: maggiore diffusione e qualità dell’educazione, sostegno alla famiglia, politica della casa e delle infrastrutture necessarie, sviluppo della ricerca, e via dicendo. Gli strumenti sono incentivi e leva fiscale, accompagnati da una reale e diffusa sussidiarietà. Non basta incidere su un indicatore globale come l’indice di pressione fiscale, perchè è importante come e dove questa pressione si esercita. Un esempio banale: non ha senso perseguitare i proprietari di yacht, se non altro per l’importanza della nostra industria nautica, ma forse è meglio dare incentivi prima per i figli, che per i cabinati. Così, non ha senso che lo Stato imponga le retribuzioni dei manager privati, ma può far sì che queste vengano decise realmente da tutti gli azionisti e stabilire regole per la loro rilevanza fiscale, soprattutto in presenza di perdite societarie (si pensi all’Alitalia).
Se lo Stato, o meglio la classe politica, la magistratura e la burocrazia che lo rappresentano, smetteranno di trattare i cittadini come sudditi da spremere o bambini da guidare perché incapaci di badare a se stessi, se cioè lo Stato dimostrerà fiducia e rispetto per i suoi cittadini, allora anche i cittadini italiani riprenderanno fiducia nel loro Stato e la discrasia tra Stato e Paese verrà colmata.
(Augusto Lodolini) - da IlSussidiario.net
Roma, 3 lug (Velino) - Cresce il numero degli italiani favorevoli all’atomo. Secondo un’indagine condotta da Eurobarometro tra il 18 febbraio e il 22 marzo di quest'anno su 26.746 cittadini europei, la percentuale dei favorevoli è cresciuta di 13 punti, dal 30 per cento del 2005 al 43 per cento del 2008, in linea con la media europea (44 per cento). Insieme all’Italia ci sono i polacchi (+13 per cento) tra i paesi dove si è registrato l’incremento più alto negli ultimi tre anni, mentre tra i 27 paesi dell’Ue i più entusiasti verso l’utilizzo del nucleare sono i cechi e i lituani con il 64 per cento di favorevoli, gli ungheresi e i bulgari (63 per cento) e gli svedesi (62 per cento). In fondo alla classifica Cipro, (7 per cento), e Austria, (14 per cento). La Francia, che dispone di ben 59 centrali, si trova invece a metà classifica: i favorevoli all'energia atomica sono il 52 per cento della popolazione. La crescita del consenso è comunque generalizzata: nel giro di tre anni i cittadini europei “totalmente” a favore sono cresciuti di quattro punti (dal 7 all'11 per cento), quelli “piuttosto a favore” di tre punti (al 30 al 33 per cento), mentre sono diminuiti i “piuttosto contrari” (dal 31 al 28 per cento) e i “totalmente contrari” (dal 24 al 17 per cento).
da IlVelino.it
La Bce non ascolta i governi: tassi più alti dello 0,25
Roma, 3 lug (Velino) - Come ci si aspettava la Banca centrale europea ha aumentato di 25 punti base i tassi di interesse di riferimento, che raggiungono così il 4,25 per cento. È la prima variazione decisa da Francoforte dal giugno del 2007, quando venne effettuato l'ultimo di una serie di rialzi nell'ambito di una manovra restrittiva iniziata nel dicembre del 2005.
La crisi dei mutui subprime negli Stati Uniti ha avuto l’effetto di stoppare l'istituzione di Francoforte su nuove strette e così il costo del danaro è stato fermo per oltre un anno. Fino ad a oggi appunto.
A nulla sono valse le richieste di tregua dei governi di eurolandia. E non soltanto di Francia e Spagna, ma anche Italia, che da tempo continuano a esprimere dubbi sulla rigidità della Bce per le scelte di politica monetaria. A sorpresa negli ultimi giorni anche la Germania ha ammonito la Bce da un nuovo rialzo dei tassi. Il ministro tedesco delle Finanze Peer Steinbrueck, sabato scorso, ha messo in guardia la Banca centrale europea dalle possibili conseguenze negative di un aumento del costo del denaro. “La Bce deve riflettere sul fatto che con un aumento dei tassi potrebbe inviare un segnale sbagliato, in quanto ciò potrebbe avere un effetto prociclico in un momento di calo congiunturale”, ha spiegato Steinbrueck al settimanale Der Spiegel. Un'uscita che ha spiazzato tutti dal momento che Berlino ha sempre difeso l'autonomia della Banca centrale europea dalle critiche degli altri paesi.
Non era semplice, dunque, la decisione per i banchieri centrali. Il dubbio è sempre lo stesso: rischiare di dare un ulteriore colpo alla crescita e ai mercati alzando i tassi o di perdere il controllo dell’inflazione tenendoli fermi? Ha prevalso il secondo timore, ovvero quello inflazionistico. E gli allarmi sull’inflazione arrivati in questi giorni hanno evidentemente fornito un assist perfetto a Francoforte. A partire da quello del commissario Ue agli Affari economici Joaquin Almunia. “Nel corso del 2008 la media annua relativa all’inflazione nella zona euro si attesterà al di sopra dei dati che avevamo previsto nella scorsa primavera”, ha spiegato Almunia. La Commissione Ue nelle previsioni dello scorso aprile aveva indicato un’inflazione del 3,2 per cento nel 2008 nella zona euro. E il giorno dopo il suo allarme sono arrivati i dati Eurostat. Secondo la stima di Eurostat a giugno l'inflazione ha toccato il record storico per l'eurozona del 4 per cento. Sos inflazione anche dall'Ocse che a maggio ha rilevato un incremento del 3,9 per cento su base annua e dello 0,7 per cento su aprile. Il dato tendenziale, ha spiegato l’Organizzazione con sede a Parigi, è il più elevato dal 2001
(Raffaella Malito) - IlVelino.it
La linea di politica economica individuata dal Documento di programmazione economica e finanziaria (Dpef), recentemente varato dal governo Berlusconi, è avvilente nella sostanza. L’aggiustamento nel 2009 avverrà attraverso un significativo aumento della pressione fiscale e una riduzione della spesa in conto capitale, tutto il contrario di ciò di cui il Paese avrebbe bisogno per uscire dalla stagnazione.
Lo sostengono in un articolo su “La voce.info” Tito Boeri e Pietro Garibaldi.
Boeri e Garibaldi riconoscono che un cambiamento positivo, dal punto di vista formale, è avvenuto rispetto al passato. Da ormai un decennio il Dpef non indicava mai se l’aggiustamento sarebbe avvenuto attraverso nuove tasse o minori spese. La mancanza di trasparenza generava incertezza e inutili tensioni che si trascinavano almeno fino alla presentazione della legge Finanziaria a fine settembre. Invece con la presentazione del decreto fiscale contestualmente al Dpef sono state rese note le tendenze della futura politica economica.
La delusione sta, secondo Boeri e Garibaldi, nei dettagli del sentiero di aggiustamento proposto dal governo. Rispetto al quadro tendenziale, l’esecutivo intende reperire nel 2009 circa dieci miliardi. Il Dpef prevede che circa due terzi di questo aggiustamento avverranno grazie a inasprimenti fiscali. In altre parole, la prima Finanziaria del nuovo governo Berlusconi aumenta le entrate di più di 6,5 miliardi di euro. Non a caso la pressione fiscale crescerà nel 2009 dal 42,6% al 43%. E’ una brutta e inaspettata sorpresa. Dopo aver tuonato per tutta la campagna elettorale contro gli aumenti delle tasse del governo Prodi, si procede, come se niente fosse, a un ulteriore incremento delle imposte. Nei dettagli, l’aumento deriva da una crescita delle imposte dirette che colpirà soprattutto le famiglie. Nel Dpef si fa più volte riferimento a forme di perequazione fiscale. La realtà è che si tratta di un nuovo aumento delle imposte.
Il resto dell’aggiustamento del 2009 verrà da un contenimento delle spese in conto capitale di circa 3,5 miliardi di euro. Gli investimenti fissi lordi scenderanno infatti di circa tre miliardi rispetto al quadro tendenziale. Tutti conosciamo il deficit infrastrutturale dell’ Italia e sappiamo che, se possibile, le spese in infrastrutture dovrebbero aumentare. L’aggiustamento dovrebbe avvenire attraverso le spese correnti. Qui abbiamo invece un’altra brutta sorpresa, in quanto il Dpef stabilisce che le spese in conto corrente al netto degli interessi rimarranno invariate.
Quel che è peggio è che non si intravvede un cambiamento di tendenza negli anni a venire. La pressione fiscale aumenterà ulteriormente nel 2010 e sarà comunque sempre sopra al tendenziale (di circa un terzo di punto di Pil) per tutta la legislatura.
E’ un quadro quanto meno avvilente.
Intendo aggiungere una sola valutazione, peraltro già evidenziata da Boeri e Garibaldi.
Su un tema molto importante come la politica economica, una promessa che ha caratterizzato la campagna elettorale della destra guidata da Berlusconi si rivela appunto niente altro che una promessa elettoralistica.
Berlusconi e i suoi alleati avevano promesso solennemente di ridurre le tasse e che faranno in realtà? Le aumenteranno. L’abolizione dell’ICI è solo uno specchietto per le allodole.
Per rimanere così, liberi da condizionamenti, abbiamo bisogno del sostegno di voi lettori, i nostri veri ‘padroni’: gli unici a cui rendere conto di quello che scriviamo, di quello che raccontiamo.